È solo un disco che gira e non è neanche in classifica

I graffi sul vinile producono un fruscio meraviglioso. Mi ricordano il crepitio della legna che bruciava nel camino dei miei genitori, quando ancora abitavo lì e certe sere le passavo seduto davanti al fuoco, lasciando il buio intorno a me.
E vuoi mettere, ascoltare così la tua musica preferita? Una puntina sul disco, un piatto che girava e quella poca luce riflessa che entrava da fuori era quella della strada, perché nel silenzio anche quella sapeva diventare musica.
Chi ha conosciuto il vinile, difficilmente non ne ha subito il fascino. La stessa emozione di portarne a casa uno nuovo, a dire il vero non l’ho mai provata per un cd. E neanche adesso, per un po’ di mp3 nuovi in una penna usb…
La bellezza del primo ascolto di un disco, con quelle fotografie di così ampio respiro sotto gli occhi, e il piacere che mi dava tenere tra le dita quella copertina cartonata, che a volte lasciavo solo per pochi istanti e poi tornavo a riprendere, in cerca di altri dettagli. Perché io ero uno di quelli che in un disco leggevano proprio tutto, dai nomi di chi aveva suonato fino a scoprire dove era stato realizzato.
E nascosto dentro a una copertina, c’era tutto il profumo del lavoro fatto, dell’impegno e della gioia di aver realizzato un disco. Di avercela fatta, insomma. Non era solo per un fine commerciale che nasceva un disco, o almeno questa era l’impressione.
Nella confezione di un cd invece, chissà perché quel che sento è solo odore di plastica. Il libricino all’interno della custodia sa di finto, di copia. Di qualcosa da sfogliare una volta e mettere via.
Troppo fragile, troppo delicato, con quel nero lucido che conserva tutte le impronte.
Ricordo ancora il mio primo cd tra le dita, ed era come un trofeo. Fu un regalo di compleanno.
Il cd segnava il passaggio di un tempo, e da quel momento c’ero anch’io, anche se ho continuato per un po’ ad acquistare vinili, ma solo nei mercatini. Ricordo l’emozione del primo ascolto, l’hi-fi seminuovo ed un suono pulito, perfetto. Nessun fruscio, un clic e via, sentivi all’istante ciò che volevi. Sembrava impossibile.
Non ho capito subito che cosa mi mancasse, e non l’ho capito finché un giorno non ho acquistato un vecchio vinile e l’ho messo su. E non avevo mai avuto nessun cd che suonasse bene così…
Era come se di colpo la stanza si fosse di nuovo riempita di musica e di atmosfere, che forse avevo perso per pigrizia. Non parlo da audiofilo né da esperto, perché non sono mai stato nessuna delle due cose… parlo solo perché a me la musica ha sempre parlato, e non ho mai smesso di sentirla quando aveva qualcosa di importante da dirmi.

Nel mio paese non c’era un vero e proprio negozio di dischi. Dovevo cercarli in città, qui se ne vendeva giusto qualcuno, tra gli elettrodomestici e i casalinghi, in una fila di 45 giri da “sfogliare”, con qualche copertina che ricordo ancora e che adesso mi da il senso degli anni. E mi ricorda di estati, di giorni di scuola, di giochi semplici, di nomi e di visi confusi che non riconoscerei.
In questa stanza tengo ancora il mio giradischi, mi basta accenderlo, sollevare la puntina e sotto un po’ di polvere del tempo, so di ritrovare ancora le stesse emozioni. Se non lo faccio spesso, è solo perché la musica va avanti, ce n’è ancora tanta da ascoltare e si rinnova… ed i vinili no.
Poi non penso che molta gente sarebbe disposta a tornare indietro, anche quando questo significherebbe migliorare la qualità delle cose; però so che il vinile aveva il suo calore, le sue tonalità forse imperfette nei suoi scricchiolii, ma che non ti lasciavano mai solo senza avvolgerti. Ti faceva pensare, concentrare, vivere le cose nei tempi e nei sapori giusti, preparandosi quasi fosse un rito a far scendere delicatamente quella puntina. La stessa differenza che intercorre tra la cucina casalinga e i cibi precotti, in senso musicale… Prendevi il disco per i bordi, fra i palmi delle mani per non lasciarvi impronte, e lo lasciavi scivolare piano, sul piatto. Una spazzolata leggera con un panno morbido, vellutato, per togliere la polvere… ed ogni tanto, perché no, anche un po’ di spray antistatico sui dischi più preziosi, perché fossero “eterni”.
E a distanza di anni posso anche dirlo, che almeno ne è valsa la pena…
Il tempo di un lato, poche canzoni, un numero infinitesimale per gli standard di adesso, e ripetevi dall’altro lato. Curioso come il lato B dei singoli fosse stato da sempre la traccia meno importante, spesso esclusa dagli album, e che invece fosse proprio quella, in seguito, a impreziosirne la versione in cd.
Per fare le cose buone occorre tempo… e come dicevo prima per la cucina, sappiamo tutti quanto sia più buona la pasta fatta in casa, però è più semplice prenderla già confezionata, e allora quasi tutti ne fanno a meno. Vince la comodità. E vinse il lettore cd, con un bel dischetto dai magici colori e un tastino da premere. Il primo forno a microonde per la musica…
Sarà che prima correvamo di meno, ma la musica comunque non voleva fretta, anzi ne era nemica! Avresti solo corso il rischio di graffiare un disco. E poi diciamocelo, avevamo le nostre canzoni preferite, ma nessuno ci avrebbe mai privato del piacere di ascoltarci il nostro disco per intero, senza quella tentazione di saltare in fretta alla canzone successiva, come avviene quando di musica ne hai davvero troppa. Come in una playlist da scorrere veloce nel lettore mp3…
E sarà anche che forse di canzoni tanto per riempire un disco, prima ne mettevano meno… c’erano solo 45 minuti di musica disponibili, e anche un gran lavoro (forse) di selezione dei pezzi da inserire. Magari è solo una mia idea, ma mi sembra che adesso si tenda a voler mettere dentro più cose possibili; più tracce ed extra ci sono, e più il prodotto attrae. Ci regalano bonus tracks che non valgono niente, tracce nascoste che il più delle volte potevano benissimo restare nascoste, per quel che valgono… ma si sa, purtroppo la quantità raramente va di pari passo con la qualità… e se dico purtroppo è perché chiunque disponga di un accesso a internet, potenzialmente oggi avrebbe un’enormità di materiale fra cui scegliere… peccato però che forse siamo troppo veloci per fermarci ad “ascoltare”…

È solo un disco che gira dentro a una stanza.
Due casse che sbatton sulla libreria.
È solo un disco che gira e non è neanche in classifica.

C.B.N.

Con un po’ di silenzio…

Caro Babbo Natale…
è tanto tempo che non ci sentiamo. Anche per questo ti scrivo. E se lo faccio adesso che il Natale è passato, è perché non ho mai voluto metterti fretta. Così adesso che non hai troppe cose da fare, magari puoi dedicarmi un po’ di tempo e la mia lettera non rischierà di perdersi tra quelle più pure che ti scrivono i bambini. Né rischierà di non essere capita, perché che succede quando in qualcosa ci metti davvero un po’ di te stesso e, per la fretta, poi non vieni capito? Che fine fa quella parte di te?
E’ come una dolorosa rinuncia e un passo indietro del cuore. E per il cuore è così difficile tornare indietro, che può soltanto cadere.
Così adesso prendo un po’ del mio tempo e spero che anche tu ne abbia, e che tu ci sia ancora sebbene ogni festa sia finita. Tanto per quel che ti chiedo non ci sarebbe stato comunque posto, sotto l’albero.
Domani, tra l’altro, comincerò a disfarlo, a riporre tutto nelle solite vecchie scatole accorgendomi che chissà come, ogni volta le stesse cose non c’entrano più. Qualcosa resta sempre fuori.
E’ allora che diventa fragile. Perché non si è trovato il posto giusto per proteggerlo.
Come quando ti accorgi di aver lasciato fuori qualcosa che prima stava dentro te, e ora ti manca.
Dovremmo abituarsi a non dare mai niente per scontato, e capire come niente sia certo sebbene lo sia stato fino a ieri. Così delle cose che poi ci mancherebbero, ce ne accorgeremmo in tempo e le terremmo un po’ più strette.

Abbiamo sempre parlato poco noi, e a meno che in tanti anni tu non abbia imparato a leggermi nel pensiero, non penso tu sappia molte cose di me, perché in realtà non ti ho scritto quasi mai.
Ho sempre chiesto davvero poco, e non soltanto a te. Un po’ perché forse sapevo di non poter riuscire ad essere sempre buono, e certe piccole gioie allora neanche pensavo mi spettassero. Poi, crescendo e aprendo gli occhi, ho visto cosa significava davvero non essere buoni, e in quel ruolo non mi riconoscevo più.
Ma ormai era andata e non potevo certo chiederti gli arretrati.
Adesso però vorrei chiederti qualcosa, e non so neanche se possa farlo ancora, dopo tutto questo tempo.
Ma a dispetto di un mondo che ci vorrebbe sempre tutti in corsa, stanotte io mi fermo da te perché continuo a credere nella tua favola e nella tua magia, e questo mi fa sentire in diritto di poterlo fare. Perché tu non assomigli affatto a quel pupazzo che si arrampica su una corta scaletta di corda, e che tutti appendono fuori al balcone.
Quello che ti chiedo non è niente di materiale, niente che debba essere per forza speciale. Non cerco più quel che luccica soltanto, cerco solo le cose che, quando chiudi gli occhi, si riesce a vederle lo stesso…
Rivorrei solo qualcosa indietro. Vorrei che tornassero un po’ delle cose che ho perso: momenti, attimi e fotografie che ho sbiadito… e tutte quelle possibilità che, sbagliando, non ho mai avuto il coraggio di vivere quando invece potevo. Non vorrei cose nuove, rivorrei solo le mie. Vorrei riavere la mia serenità, ritrovare la stabilità, riabbracciare la tranquillità. E tutte quelle cose semplici che, anche con il tempo, per me non sarebbero mai diventate noia o abitudine, e che eppure son finite lo stesso.
Vorrei riavere almeno un sogno a portata di mano, uno che non sia già diventato una stella lontana. Perché di un cielo pieno di stelle in fondo potrei anche farne a meno, per tutte le volte che lo sguardo non mi va neanche di alzarlo.
Ti chiedo solo di riportarmi qualcosa che avevo. Qualcosa soltanto, perché non posso chiederti di riportarmi anche qualcuno. Perché era più di qualcosa e sappiamo che non è possibile.
E allora ti ripeto, qualcosa soltanto. Giornate, momenti… tutto quello che puoi, tutto quello che trovi.
Fosse anche soltanto un profumo da respirare, va bene lo stesso.
Non importa come e quando ci riuscirai, usa i trucchi che vuoi. Ti aspetto.

E giuro non ti chiederò neanche come hai fatto…

Dimmi che non sto sbagliando
…che non importa né come, né quando
ma che ci siamo e che si può avverare
un desiderio in cambio
di una moneta nel mare…

tra forme semplici…

Natale. Tempo di alberi decorati e di presepi. Tempo di colori e di sorprese.
L’annuncio scritto in parrocchia parlava chiaro: i presepi dei bambini sarebbero stati accettati solo se realizzati senza materiale preconfezionato. C’erano solo delle misure da rispettare e poi, per il resto, via libera alla fantasia.
Non so perché la parola fantasia io la veda sempre a caratteri lampeggianti e quasi multicolori, mentre tutto il resto è normale carattere nero su fondo bianco, ma so che senza di questa, quell’invito non sarebbe stato lo stesso. Così, pensando a cose semplici, a oggetti normalmente destinati ad altro ma che comunque parlassero la stessa lingua dei bambini, potevo non ritrovarmi in mano una sorpresina kinder? E del resto, potevano mai mancare degli ovetti kinder in una casa dove c’è un bambino?
In fondo ci siamo cresciuti un po’ tutti… Cambiano i personaggi, cambiano le generazioni, ma questo binomio bambino e sorpresina resta sempre a forma di ovetto!
Così in realtà questo non è neanche un post, ma un ritorno… perché un bambino ti da sempre dei buoni motivi per tornare un po’ come lui. Guardare con i suoi occhi e provare forse un po’ le stesse emozioni, se non a volte gli stessi pensieri. Non so voi, ma io mi vanto di riuscirci, qualche volta. Di riuscire ancora ad inventare cose semplici, che prese una ad una non direbbero niente, ma tutte insieme creano invece un piccolo mondo magico, che non è visibile a tutti.
Di solito queste cose le lascio per l’altro blog, invece per una volta mi va di portarle qui e lasciarle a confrontarsi un po’ con le parole… perché mentre queste a volte non sono davvero necessarie, un gesto può fare invece la differenza.
Primo passo, dunque, creare i personaggi. Due occhietti, un sorriso e poteva iniziare il gioco.
Non avrei mai saputo iniziarlo in modo diverso…
Poi gli abitini, semplici e immediati, per non coprire troppo gli ovetti e lasciare anch’essi semplici, come semplice era stata in fondo tutta l’idea… E allora via, a cercare qualcosa di utile nello sgabuzzino…

Una striscia di panno in microfibra per vetri… ed ecco la veste di Maria. Poi, dopo una vana ricerca per regalare a Giuseppe un abito fatto di tela, abbiamo ripiegato su una busta di carta tipo quella del pane, e l’abbiamo sagomata con qualche punto di colla.

Per la barba, sarebbe stato certo più facile farne una bianca, ma siccome Giuseppe temeva di essere scambiato per Babbo Natale, allora abbiamo preso un po’ di cotone e, in mancanza d’altro, lo abbiamo sporcato con una punta di lucido da scarpe marrone!

Il successivo pensiero è poi andato alla culla, e quindi, ecco il terzo ovetto! Stavolta però da tagliare a metà. Gli ovetti recenti, l’avrete notato, hanno un tipo di apertura diversa da quella dei kinder dei nostri tempi, e questa lieve e fastidiosa differenza (grrr…), adesso ci facilita però il lavoro!

Siccome poi certe idee nascono anche in corso d’opera, allora intorno alla culla abbiamo immaginato e incollato anche un po’ di paglietta, recuperata dalla confezione regalo di un cesto natalizio.
La scelta del nascituro è stata invece argomento di discussione, ma alla fine ancora la kinder ci è venuta incontro e ha messo tutti d’accordo! Se una cosa fa sorridere, allora vuol dire anche che funziona…

E adesso, ecco la nostra bella capanna; una scatola di cartone e un tappo di sughero, messo lì a sostenere il tetto.

Poi con qualche striscia di colla a caldo, nostra grande alleata, abbiamo messo la paglietta anche sul tetto della capanna.

E’ vero, nella foto si vede che all’interno della scatola abbiamo messo anche un po’ di raso… In realtà il solo motivo per cui alla fine l’abbiamo lasciato è che… ci piaceva! Secondo noi dava un tocco più chic alla capanna… perché agli occhi di chi la abitava, quella capanna era una reggia…  

E adesso, prepariamo anche la stella cometa! Un cartoncino bianco da ritagliare, un sorriso dipinto tutto di giallo e poi… dove la incolliamo?
Ma si dai, sul tappo di sughero!!  

Per finire, qualche piccola aggiunta fuori della capanna… un rametto di abete che diventa un albero, e una vecchia corteccia che diventa una roccia. Non guasterebbe una spolverata di bianco, ma noi siamo pronti per la consegna!

Buon Natale!

…e solo per gli osservatori più attenti,
ecco il calendario appeso :)

Fango

Non c’è cosa peggiore per un blogger che perdere i suoi appunti, i suoi fili di pensieri, le sue bozze, le sue annotazioni prese al volo. A me è successo giovedì mattina, con un pc che da allora si rifiuta di partire. Ma la vita non è tutta in un blog, e allora… pazienza. Anche se non riavrò mai le stesse parole e non scriverò più le stesse cose, io sono qui, e un po’ mi vergogno di considerarli problemi…
Mercoledì scorso ero lontano da questa casa, tra gente che non ha più niente, tra chi ha perso molto e chi dovrà ricostruire tutto. Fango ed acqua. Fango e paura. Leggi l’articolo completo

Inserisci un titolo. Anche a questo cielo.

Mi aspettava fuori dal portone di casa. La prima cosa che ho visto uscendo è stato lui. Il cielo.
Prima della gente, del traffico e delle strade. Prima della radio accesa.
E’ un cielo che fa pensare, il cielo dopo il temporale…
Rimavo pensieri a un cielo che avrebbe potuto dirmi tante cose… invece me ne ha fatta pensare una sola che forse di cose ne vale tante lo stesso: sono qui.
Così ho chiuso deciso la porta dietro me, ho sfiorato la mia digitale e è cominciato il nuovo giorno. Anche dopo il temporale.
La vita è un po’ come un figlio. Io gli indico le cose più grandi e lui mi insegna la bellezza delle piccole cose. E mentre penso di spiegargli il mondo, mi insegna la poesia di imparare…