Brividi, e non è solo freddo. Brividi, e tu da oggi non ci sei più. Posso dirlo adesso. Forse.
Avrei tanto voluto che anche questo restasse uno dei miei scritti inediti. Che non ci fosse mai stato motivo per metterlo qui, ma fosse rimasto solo lo sfogo di un momento. Poi tutto sarebbe tornato come era.
Non pensavo ce l’avresti fatta ad uscire di là, e a tornare a casa. Non è durato molto, ma ce l’avevi fatta.
La paura cambia forma, si sa, a volte sa farsi più bella e ti fa pensare di averne un po’ meno, e che il peggio sia passato solo perché vedi un po’ di sole. Di quello buono che non brucia gli occhi, ma ti fa lacrimare di speranza…
L’odore dell’ospedale, di quella stanza è ancora nelle narici. Ce l’ho ancora. Quello ti si incolla e lo senti anche quando non c’è più. Anche dove non c’è.
E anche quel che vivevo in quei giorni, più di un mese fa, è ancora qui.
I giorni passati in rianimazione, dove chissà perché ho avuto la sensazione buona che si curino prima le anime… e solo dopo il corpo. Perché in quei momenti crederci è tutto…
Ti ho tenuto per mano e tu forse non ti sei mai accorto di me. Di uno schioccar di labbra in una stanza vuota. Ahh, se bastasse stare sotto le coperte per nascondersi al mondo… ma tanto lui ti trova lo stesso, e ti porta il conto. E ora sono solo ricordi.
Ricordo bene quel giorno che entrando in quella stanza sterile e silenziosa, ho stentato a capire che quella stessa persona distesa fossi proprio tu. Ho cercato nel tuo viso dettagli, ci ho messo qualche frazione di secondo di troppo e tu, guardandomi in silenzio, con quegli occhi che sembravano piccoli piccoli, so che lo hai capito. E in me ho provato vergogna, perché il cuore non era tornato in tempo a battermi per dirmelo subito.
In quel primo giorno di dolore mi guardavo allo specchio e non mi dicevo bugie. Pensavo che forse, chissà, forse ero ancora in tempo a dirti solo un’altra volta ti voglio bene. Me lo sarei fatto bastare, prima che la mente sparisse e che quel corpo fragile si arrendesse. Perché non so se da piccolo te l’ho mai detto così, con queste esatte parole: ti voglio bene… Credo di avertelo detto sempre senza far rumore, con la gioia in questi occhi che forse non ti hanno mai nascosto niente, ma comunque ero senza voce. Ne sono sicuro. Io che di voce ne ho sempre avuta poca e non so se sia stata sempre colpa mia, ma non importa. Non grido neanche adesso che sono cresciuto…
Quanto ingiusta è stata questa vita con te. Quanti dolorosi inizi nei tuoi racconti, e quanti vuoti da colmare. E adesso, proprio adesso che… e non finisco nemmeno la frase… per te avrei voluto una rivincita. Per questa vita dove qualche regola si impara sempre dopo, e qualcuna invece non la impareremo mai.
Ricordi di me bambino, e di te vicino. Di quella prima volta in bicicletta insieme, di quei tanti chilometri da perderci le forze, ma andavo avanti lo stesso, per diventare grande. Ai tuoi occhi, ma davvero anche ai miei. E tu che te ne accorgevi, rallentavi a poco a poco, ed io prendevo fiato senza farmene accorgere. O così pensavo, allora, ma son padre anch’io e certe cose poi le impari. Impari i trucchi buoni di un papà…
Quanto ti arrabbiasti quell’anno in cui a scuola non fui ammesso agli esami… perché a pensarci adesso avevi ragione tu, e io invece minimizzavo tutto con un “che vuoi che sia, è solo un’ anno da rifare”… Ma un anno dopo le strade qui erano già tutte diverse, sconnesse, difficili. Avevo perso quel treno e dovevo fare tutto a piedi anche se avevo in mano un biglietto nuovo, quasi in quel momento non valesse più niente.
Quel treno che poi ho dovuto sempre rincorrere e non ho preso ancora. E continuo a sbagliare orari, appuntamenti, coincidenze e binari. E ogni volta mi ritrovo a piedi. Riesco solo a mettere le scarpe migliori che ho e ripartire.
Di colpo ora tante cose perdono di significato, come oggetti che si accumulano, cose inutili che si conservano solo perché “è un peccato buttarle via”, e allora si accatastano dentro noi, in un angolo.
Lavori e sogni mai finiti, lasciati a metà in attesa di un “prima o poi” che tanto non verrà più. E’ peso in più per vivere e per andare avanti… le cose che contano non sono mai “cose”, ma sono quelle che sanno farsi conservare dentro. Soltanto quelle.
Così, non ricorderò forse tutte le cose che hai costruito per me quando ero piccolo, né sono riuscito a conservarle. Ma ricorderò per sempre le tue mani…
Oggi le ho tenute tra le mie, ti ho carezzato i capelli mentre respiravi così male e fino all’ultimo sono rimasto con te. E te l’ho sussurrato nelle orecchie, solo per te… ti voglio bene… con te che ogni tanto riemergevi dal tuo dolore cercando i miei occhi…
Poi quella corsa inutile in ambulanza.
Avevamo parlato insieme anche questa mattina. Ti avevo detto che ti era ricresciuta la barba e che ci avrei pensato ancora io, ma non ce n’è stato il tempo, anche se il mio cuore batteva così forte che sarebbe bastato per tutti e due. Ti sei spento così.
Come questo portatile, pochi attimi fa… tempo residuo stimato prima dello spegnimento 14 minuti… e invece si è spento subito, all’istante. Perché la batteria è stanca, consumata…
Come te.
E non ho potuto far niente per rialimentarla in tempo.
Se sei qui ora, se mi senti… e la risposta è si… avrei una dedica per te, ed una anche per me. Per me, soltanto una canzone, ma che stanotte mi inchioda qui…
E poi questa lettera, scritta per la mia festa del papà e che tu, da nonno, non
avevi neanche fatto in tempo a vedere e a sorriderne, perché già i pensieri, tuoi e nostri, erano altrove.
E ora queste parole, le dedico a te…

Ci sarà un’altra stella in cielo questa notte, anche se non la vedrò perchè il cielo è coperto da questo temporale.
Guardo mio figlio dormire, profumato ancora di bagnetto, e capisco come anche tu mi avrai guardato allo stesso modo, crescendo.
E stanotte mi stringo nel calore del suo sonno, nel suo pigiamino celeste morbido e pulito, nelle sue dita piccoline, e accanto mi faccio piccolo anch’io…
…e dico grazie a chiunque in questi giorni sia stato per me una fonte d’acqua, dove lavarmi il viso dopo aver pianto.
Grazie a chi ha pregato, a chi ha trovato parole e a chi le ha sapute ascoltare.
E a chi è rimasto con me pur non conoscendo il mio viso.
Perché la cosa più bella tra due anime non è piacersi, ma riconoscersi…
Ciao bà…



















