un’altra stella in cielo

Brividi, e non è solo freddo. Brividi, e tu da oggi non ci sei più. Posso dirlo adesso. Forse.
Avrei tanto voluto che anche questo restasse uno dei miei scritti inediti. Che non ci fosse mai stato motivo per metterlo qui, ma fosse rimasto solo lo sfogo di un momento. Poi tutto sarebbe tornato come era.
Non pensavo ce l’avresti fatta ad uscire di là, e a tornare a casa. Non è durato molto, ma ce l’avevi fatta.
La paura cambia forma, si sa, a volte sa farsi più bella e ti fa pensare di averne un po’ meno, e che il peggio sia passato solo perché vedi un po’ di sole. Di quello buono che non brucia gli occhi, ma ti fa lacrimare di speranza…
L’odore dell’ospedale, di quella stanza è ancora nelle narici. Ce l’ho ancora. Quello ti si incolla e lo senti anche quando non c’è più. Anche dove non c’è.
E anche quel che vivevo in quei giorni, più di un mese fa, è ancora qui.
I giorni passati in rianimazione, dove chissà perché ho avuto la sensazione buona che si curino prima le anime… e solo dopo il corpo. Perché in quei momenti crederci è tutto…
Ti ho tenuto per mano e tu forse non ti sei mai accorto di me. Di uno schioccar di labbra in una stanza vuota. Ahh, se bastasse stare sotto le coperte per nascondersi al mondo… ma tanto lui ti trova lo stesso, e ti porta il conto. E ora sono solo ricordi.
Ricordo bene quel giorno che entrando in quella stanza sterile e silenziosa, ho stentato a capire che quella stessa persona distesa fossi proprio tu. Ho cercato nel tuo viso dettagli, ci ho messo qualche frazione di secondo di troppo e tu, guardandomi in silenzio, con quegli occhi che sembravano piccoli piccoli, so che lo hai capito. E in me ho provato vergogna, perché il cuore non era tornato in tempo a battermi per dirmelo subito.
In quel primo giorno di dolore mi guardavo allo specchio e non mi dicevo bugie. Pensavo che forse, chissà, forse ero ancora in tempo a dirti solo un’altra volta ti voglio bene. Me lo sarei fatto bastare, prima che la mente sparisse e che quel corpo fragile si arrendesse. Perché non so se da piccolo te l’ho mai detto così, con queste esatte parole: ti voglio bene… Credo di avertelo detto sempre senza far rumore, con la gioia in questi occhi che forse non ti hanno mai nascosto niente, ma comunque ero senza voce. Ne sono sicuro. Io che di voce ne ho sempre avuta poca e non so se sia stata sempre colpa mia, ma non importa. Non grido neanche adesso che sono cresciuto…
Quanto ingiusta è stata questa vita con te. Quanti dolorosi inizi nei tuoi racconti, e quanti vuoti da colmare. E adesso, proprio adesso che… e non finisco nemmeno la frase… per te avrei voluto una rivincita. Per questa vita dove qualche regola si impara sempre dopo, e qualcuna invece non la impareremo mai.
Ricordi di me bambino, e di te vicino. Di quella prima volta in bicicletta insieme, di quei tanti chilometri da perderci le forze, ma andavo avanti lo stesso, per diventare grande. Ai tuoi occhi, ma davvero anche ai miei. E tu che te ne accorgevi, rallentavi a poco a poco, ed io prendevo fiato senza farmene accorgere. O così pensavo, allora, ma son padre anch’io e certe cose poi le impari. Impari i trucchi buoni di un papà…

Quanto ti arrabbiasti quell’anno in cui a scuola non fui ammesso agli esami… perché a pensarci adesso avevi ragione tu, e io invece minimizzavo tutto con un “che vuoi che sia, è solo un’ anno da rifare”… Ma un anno dopo le strade qui erano già tutte diverse, sconnesse, difficili. Avevo perso quel treno e dovevo fare tutto a piedi anche se avevo in mano un biglietto nuovo, quasi in quel momento non valesse più niente.
Quel treno che poi ho dovuto sempre rincorrere e non ho preso ancora. E continuo a sbagliare orari, appuntamenti, coincidenze e binari. E ogni volta mi ritrovo a piedi. Riesco solo a mettere le scarpe migliori che ho e ripartire.
Di colpo ora tante cose perdono di significato, come oggetti che si accumulano, cose inutili che si conservano solo perché “è un peccato buttarle via”, e allora si accatastano dentro noi, in un angolo.
Lavori e sogni mai finiti, lasciati a metà in attesa di un “prima o poi” che tanto non verrà più. E’ peso in più per vivere e per andare avanti… le cose che contano non sono mai “cose”, ma sono quelle che sanno farsi conservare dentro. Soltanto quelle.
Così, non ricorderò forse tutte le cose che hai costruito per me quando ero piccolo, né sono riuscito a conservarle. Ma ricorderò per sempre le tue mani…
Oggi le ho tenute tra le mie, ti ho carezzato i capelli mentre respiravi così male e fino all’ultimo sono rimasto con te. E te l’ho sussurrato nelle orecchie, solo per te… ti voglio bene… con te che ogni tanto riemergevi dal tuo dolore cercando i miei occhi…
Poi quella corsa inutile in ambulanza.
Avevamo parlato insieme anche questa mattina. Ti avevo detto che ti era ricresciuta la barba e che ci avrei pensato ancora io, ma non ce n’è stato il tempo, anche se il mio cuore batteva così forte che sarebbe bastato per tutti e due. Ti sei spento così.
Come questo portatile, pochi attimi fa… tempo residuo stimato prima dello spegnimento 14 minuti… e invece si è spento subito, all’istante. Perché la batteria è stanca, consumata…
Come te.
E non ho potuto far niente per rialimentarla in tempo.

Se sei qui ora, se mi senti… e la risposta è si… avrei una dedica per te, ed una anche per me. Per me, soltanto una canzone, ma che stanotte mi inchioda qui…


E poi questa lettera, scritta per la mia festa del papà e che tu, da nonno, non
avevi neanche fatto in tempo a vedere e a sorriderne, perché già i pensieri, tuoi e nostri, erano altrove.
E ora queste parole, le dedico a te…

Ci sarà un’altra stella in cielo questa notte, anche se non la vedrò perchè il cielo è coperto da questo temporale.
Guardo mio figlio dormire, profumato ancora di bagnetto, e capisco come anche tu mi avrai guardato allo stesso modo, crescendo.
E stanotte mi stringo nel calore del suo sonno, nel suo pigiamino celeste morbido e pulito, nelle sue dita piccoline, e accanto mi faccio piccolo anch’io…

…e dico grazie a chiunque in questi giorni sia stato per me una fonte d’acqua, dove lavarmi il viso dopo aver pianto.
Grazie a chi ha pregato, a chi ha trovato parole e a chi le ha sapute ascoltare.
E a chi è rimasto con me pur non conoscendo il mio viso.
Perché la cosa più bella tra due anime non è piacersi, ma riconoscersi…

Ciao bà…

Tappo rosso e tappo blu

Ricordi. Che ci sarà mai dietro a un ricordo? Perché poi certe fotografie, col tempo, diventano belle anche quando erano normali scatti di vita?
Io lo ricordo quel piccolo negozio. Lo ricordo perché ero un bambino, e se non lo fossi stato allora, adesso non lo ricorderei più. Perché in fondo non era speciale, la sola cosa speciale erano gli occhi di un bambino…
Era un piccolissimo negozio di generi alimentari, modesto e al riparo da logiche di mercato che oggi lo avrebbero distrutto in un momento. Però aveva un non-so-ché di magico, un sapore di buono che saliva dagli occhi, da quei prodotti in ordine sui quei pochi scaffali, con quello stile che non era mai perfezione, ma senso di casa e di cuore. Dove nessuno si sentiva solo un numero in coda alla cassa, dove due parole e un sorriso non mancavano mai, dove la gente andava anche per trascorrere piacevolmente pochi minuti della giornata e fare salotto, mentre si aspettava il proprio turno e si discuteva dei fatti del paese.
E dove io piccolino imparavo tante cose che a scuola non dicevano mai.
Ricordo il bancone tipico di quegli anni, una grossa bilancia su un lato, l’odore della carta color marrone per avvolgere le cose. Ricordo gli orari di apertura scritti a mano su un cartoncino bianco, e una scatola grande di ferro gialla con le alici dentro. Immancabile.

C’era sempre qualcosa che balzava fuori ad attirare la mia attenzione, e non era mai solo per la golosità di un bambino, né per la tentazione di quelle sorpresine sotto i tappi dei barattoli di cacao. Tappo rosso e tappo blu, per chi li ricorda…
Di quella bottega ne conservo ancora i ricordi, gli odori, conosco persino la posizione dei prodotti che ho perso nel tempo, quelli che piacevano a me.
Mi piacerebbe poter rivedere tutto come era. Non c’erano decine di cose fra cui scegliere, come adesso in un supermercato. C’erano quelle e basta. E bastavano.
Oggi ho sempre un po’ di smarrimento per scegliere le cose, anche per un semplice yogurt. Faccio sempre un passo indietro, allargo l’inquadratura negli occhi e li guardo tutti insieme. Allineati e perfetti, ma stranieri al cuore…

Da piccolo abitavo lì vicino, a poche decine di passi da quel piccolo negozio, in pieno centro storico del paese. Non ricordo molto del proprietario, ho solo una vaga immagine di lui ma negli occhi ho le cose più care, il suo grembiule bianco dietro al banco della gastronomia e quel suo pancione simpatico che mi regalava fiducia. Il nome di battesimo non l’ho mai saputo, o forse non era così importante ricordarlo, perché per tutti lui era il sig. Botti… ricordo bene il cognome, perché mi piaceva giocarci su, e allora Botti diventava parte della sua Bottega… E lo ricordo ancora, quando a mia mamma ingenuamente chiedevo: “stasera andiamo dal mio amico bottibottega?”.
La memoria ricrea ogni dettaglio nella stessa posizione, quasi lui stesso avesse messo mano agli scaffali della memoria…
Ricordo i suoi conti fatti con la biro blu, poggiandosi di lato su un braccio sul bancone, recitando quasi ad alta voce ciò che stava scrivendo…
E’ strano ripensarci adesso, dopo tutti questi anni, ma da allora non ho più saputo niente di lui. Ce ne andammo da quei luoghi per trasferirci in una casa più grande, una casa nuova con una stanza tutta mia. Poi il passaggio alla scuola dei grandi, spazi nuovi per giocare, la tv nuova a colori, che da lì prendeva un sacco di canali, i nuovi amici, i primi amori, e allora non mi importava niente di quel che lasciavo indietro.
O almeno così pensavo.
Il negozio chiuse neanche un anno dopo. Forse perché nel frattempo avevano aperto il primo grande supermercato in paese e le vendite ne avevano risentito… o forse perché era arrivato comunque il momento di ritirarsi. E credere in questa possibilità mi fa sicuramente meno male…
Ricordo di averlo saputo per caso e troppo tardi. Tardi perché non avevo più modo di vederlo un’ultima volta, di fotografarlo con i miei occhi nuovi o di comprare l’ultima scatola di cacao nello scaffale. Tappo rosso o tappo blu.
E di lì a poco, quasi fosse un segno, dai mercati sarebbe scomparso anche quello…

Sono passati gli anni, nel frattempo ho di nuovo cambiato casa e adesso saluto la signora di un negozio di alimentari sotto casa. Ma so che tra poco tempo anche lei dovrà chiudere. Le vendite si sono ridotte molto, lei è stanca… ed i prodotti che arrivavano dal suo pezzo di terra in campagna, non li vogliono più.
Il figlio non l’ho mai visto lavorare lì, o darle una mano. Non so cosa faccia per vivere, ma credo nulla. E’ più facile. Ho sentito dire che si sente un poeta, e questo gli da il “diritto” di non fare. E’ un mestiere difficile…
Il negozio non è molto grande, ed ha il sapore anch’esso delle cose passate, come di qualcosa che c’è sempre stato e che adesso racconta ai miei occhi i suoi tempi migliori. Mi piace pensare che “lui” lo senta, che si accorga dei profumi che cerco.
Credo sia sempre stato lì fin dagli anni 70, quando cominciarono a costruire in questa zona. Il cartello Vendesi Attività è lì già da un po’ e difficilmente qualcuno si farà avanti.
Sarà un altro bel ricordo.
Sarà un altro motivo per aver voglia di tornare indietro…

Cos’è un ricordo?
Qualcosa che hai…
o qualcosa che hai perso per sempre?
[Woody Allen]

È solo un disco che gira e non è neanche in classifica

I graffi sul vinile producono un fruscio meraviglioso. Mi ricordano il crepitio della legna che bruciava nel camino dei miei genitori, quando ancora abitavo lì e certe sere le passavo seduto davanti al fuoco, lasciando il buio intorno a me.
E vuoi mettere, ascoltare così la tua musica preferita? Una puntina sul disco, un piatto che girava e quella poca luce riflessa che entrava da fuori era quella della strada, perché nel silenzio anche quella sapeva diventare musica.
Chi ha conosciuto il vinile, difficilmente non ne ha subito il fascino. La stessa emozione di portarne a casa uno nuovo, a dire il vero non l’ho mai provata per un cd. E neanche adesso, per un po’ di mp3 nuovi in una penna usb…
La bellezza del primo ascolto di un disco, con quelle fotografie di così ampio respiro sotto gli occhi, e il piacere che mi dava tenere tra le dita quella copertina cartonata, che a volte lasciavo solo per pochi istanti e poi tornavo a riprendere, in cerca di altri dettagli. Perché io ero uno di quelli che in un disco leggevano proprio tutto, dai nomi di chi aveva suonato fino a scoprire dove era stato realizzato.
E nascosto dentro a una copertina, c’era tutto il profumo del lavoro fatto, dell’impegno e della gioia di aver realizzato un disco. Di avercela fatta, insomma. Non era solo per un fine commerciale che nasceva un disco, o almeno questa era l’impressione.
Nella confezione di un cd invece, chissà perché quel che sento è solo odore di plastica. Il libricino all’interno della custodia sa di finto, di copia. Di qualcosa da sfogliare una volta e mettere via.
Troppo fragile, troppo delicato, con quel nero lucido che conserva tutte le impronte.
Ricordo ancora il mio primo cd tra le dita, ed era come un trofeo. Fu un regalo di compleanno.
Il cd segnava il passaggio di un tempo, e da quel momento c’ero anch’io, anche se ho continuato per un po’ ad acquistare vinili, ma solo nei mercatini. Ricordo l’emozione del primo ascolto, l’hi-fi seminuovo ed un suono pulito, perfetto. Nessun fruscio, un clic e via, sentivi all’istante ciò che volevi. Sembrava impossibile.
Non ho capito subito che cosa mi mancasse, e non l’ho capito finché un giorno non ho acquistato un vecchio vinile e l’ho messo su. E non avevo mai avuto nessun cd che suonasse bene così…
Era come se di colpo la stanza si fosse di nuovo riempita di musica e di atmosfere, che forse avevo perso per pigrizia. Non parlo da audiofilo né da esperto, perché non sono mai stato nessuna delle due cose… parlo solo perché a me la musica ha sempre parlato, e non ho mai smesso di sentirla quando aveva qualcosa di importante da dirmi.

Nel mio paese non c’era un vero e proprio negozio di dischi. Dovevo cercarli in città, qui se ne vendeva giusto qualcuno, tra gli elettrodomestici e i casalinghi, in una fila di 45 giri da “sfogliare”, con qualche copertina che ricordo ancora e che adesso mi da il senso degli anni. E mi ricorda di estati, di giorni di scuola, di giochi semplici, di nomi e di visi confusi che non riconoscerei.
In questa stanza tengo ancora il mio giradischi, mi basta accenderlo, sollevare la puntina e sotto un po’ di polvere del tempo, so di ritrovare ancora le stesse emozioni. Se non lo faccio spesso, è solo perché la musica va avanti, ce n’è ancora tanta da ascoltare e si rinnova… ed i vinili no.
Poi non penso che molta gente sarebbe disposta a tornare indietro, anche quando questo significherebbe migliorare la qualità delle cose; però so che il vinile aveva il suo calore, le sue tonalità forse imperfette nei suoi scricchiolii, ma che non ti lasciavano mai solo senza avvolgerti. Ti faceva pensare, concentrare, vivere le cose nei tempi e nei sapori giusti, preparandosi quasi fosse un rito a far scendere delicatamente quella puntina. La stessa differenza che intercorre tra la cucina casalinga e i cibi precotti, in senso musicale… Prendevi il disco per i bordi, fra i palmi delle mani per non lasciarvi impronte, e lo lasciavi scivolare piano, sul piatto. Una spazzolata leggera con un panno morbido, vellutato, per togliere la polvere… ed ogni tanto, perché no, anche un po’ di spray antistatico sui dischi più preziosi, perché fossero “eterni”.
E a distanza di anni posso anche dirlo, che almeno ne è valsa la pena…
Il tempo di un lato, poche canzoni, un numero infinitesimale per gli standard di adesso, e ripetevi dall’altro lato. Curioso come il lato B dei singoli fosse stato da sempre la traccia meno importante, spesso esclusa dagli album, e che invece fosse proprio quella, in seguito, a impreziosirne la versione in cd.
Per fare le cose buone occorre tempo… e come dicevo prima per la cucina, sappiamo tutti quanto sia più buona la pasta fatta in casa, però è più semplice prenderla già confezionata, e allora quasi tutti ne fanno a meno. Vince la comodità. E vinse il lettore cd, con un bel dischetto dai magici colori e un tastino da premere. Il primo forno a microonde per la musica…
Sarà che prima correvamo di meno, ma la musica comunque non voleva fretta, anzi ne era nemica! Avresti solo corso il rischio di graffiare un disco. E poi diciamocelo, avevamo le nostre canzoni preferite, ma nessuno ci avrebbe mai privato del piacere di ascoltarci il nostro disco per intero, senza quella tentazione di saltare in fretta alla canzone successiva, come avviene quando di musica ne hai davvero troppa. Come in una playlist da scorrere veloce nel lettore mp3…
E sarà anche che forse di canzoni tanto per riempire un disco, prima ne mettevano meno… c’erano solo 45 minuti di musica disponibili, e anche un gran lavoro (forse) di selezione dei pezzi da inserire. Magari è solo una mia idea, ma mi sembra che adesso si tenda a voler mettere dentro più cose possibili; più tracce ed extra ci sono, e più il prodotto attrae. Ci regalano bonus tracks che non valgono niente, tracce nascoste che il più delle volte potevano benissimo restare nascoste, per quel che valgono… ma si sa, purtroppo la quantità raramente va di pari passo con la qualità… e se dico purtroppo è perché chiunque disponga di un accesso a internet, potenzialmente oggi avrebbe un’enormità di materiale fra cui scegliere… peccato però che forse siamo troppo veloci per fermarci ad “ascoltare”…

È solo un disco che gira dentro a una stanza.
Due casse che sbatton sulla libreria.
È solo un disco che gira e non è neanche in classifica.

C.B.N.

Con un po’ di silenzio…

Caro Babbo Natale…
è tanto tempo che non ci sentiamo. Anche per questo ti scrivo. E se lo faccio adesso che il Natale è passato, è perché non ho mai voluto metterti fretta. Così adesso che non hai troppe cose da fare, magari puoi dedicarmi un po’ di tempo e la mia lettera non rischierà di perdersi tra quelle più pure che ti scrivono i bambini. Né rischierà di non essere capita, perché che succede quando in qualcosa ci metti davvero un po’ di te stesso e, per la fretta, poi non vieni capito? Che fine fa quella parte di te?
E’ come una dolorosa rinuncia e un passo indietro del cuore. E per il cuore è così difficile tornare indietro, che può soltanto cadere.
Così adesso prendo un po’ del mio tempo e spero che anche tu ne abbia, e che tu ci sia ancora sebbene ogni festa sia finita. Tanto per quel che ti chiedo non ci sarebbe stato comunque posto, sotto l’albero.
Domani, tra l’altro, comincerò a disfarlo, a riporre tutto nelle solite vecchie scatole accorgendomi che chissà come, ogni volta le stesse cose non c’entrano più. Qualcosa resta sempre fuori.
E’ allora che diventa fragile. Perché non si è trovato il posto giusto per proteggerlo.
Come quando ti accorgi di aver lasciato fuori qualcosa che prima stava dentro te, e ora ti manca.
Dovremmo abituarsi a non dare mai niente per scontato, e capire come niente sia certo sebbene lo sia stato fino a ieri. Così delle cose che poi ci mancherebbero, ce ne accorgeremmo in tempo e le terremmo un po’ più strette.

Abbiamo sempre parlato poco noi, e a meno che in tanti anni tu non abbia imparato a leggermi nel pensiero, non penso tu sappia molte cose di me, perché in realtà non ti ho scritto quasi mai.
Ho sempre chiesto davvero poco, e non soltanto a te. Un po’ perché forse sapevo di non poter riuscire ad essere sempre buono, e certe piccole gioie allora neanche pensavo mi spettassero. Poi, crescendo e aprendo gli occhi, ho visto cosa significava davvero non essere buoni, e in quel ruolo non mi riconoscevo più.
Ma ormai era andata e non potevo certo chiederti gli arretrati.
Adesso però vorrei chiederti qualcosa, e non so neanche se possa farlo ancora, dopo tutto questo tempo.
Ma a dispetto di un mondo che ci vorrebbe sempre tutti in corsa, stanotte io mi fermo da te perché continuo a credere nella tua favola e nella tua magia, e questo mi fa sentire in diritto di poterlo fare. Perché tu non assomigli affatto a quel pupazzo che si arrampica su una corta scaletta di corda, e che tutti appendono fuori al balcone.
Quello che ti chiedo non è niente di materiale, niente che debba essere per forza speciale. Non cerco più quel che luccica soltanto, cerco solo le cose che, quando chiudi gli occhi, si riesce a vederle lo stesso…
Rivorrei solo qualcosa indietro. Vorrei che tornassero un po’ delle cose che ho perso: momenti, attimi e fotografie che ho sbiadito… e tutte quelle possibilità che, sbagliando, non ho mai avuto il coraggio di vivere quando invece potevo. Non vorrei cose nuove, rivorrei solo le mie. Vorrei riavere la mia serenità, ritrovare la stabilità, riabbracciare la tranquillità. E tutte quelle cose semplici che, anche con il tempo, per me non sarebbero mai diventate noia o abitudine, e che eppure son finite lo stesso.
Vorrei riavere almeno un sogno a portata di mano, uno che non sia già diventato una stella lontana. Perché di un cielo pieno di stelle in fondo potrei anche farne a meno, per tutte le volte che lo sguardo non mi va neanche di alzarlo.
Ti chiedo solo di riportarmi qualcosa che avevo. Qualcosa soltanto, perché non posso chiederti di riportarmi anche qualcuno. Perché era più di qualcosa e sappiamo che non è possibile.
E allora ti ripeto, qualcosa soltanto. Giornate, momenti… tutto quello che puoi, tutto quello che trovi.
Fosse anche soltanto un profumo da respirare, va bene lo stesso.
Non importa come e quando ci riuscirai, usa i trucchi che vuoi. Ti aspetto.

E giuro non ti chiederò neanche come hai fatto…

Dimmi che non sto sbagliando
…che non importa né come, né quando
ma che ci siamo e che si può avverare
un desiderio in cambio
di una moneta nel mare…

tra forme semplici…

Natale. Tempo di alberi decorati e di presepi. Tempo di colori e di sorprese.
L’annuncio scritto in parrocchia parlava chiaro: i presepi dei bambini sarebbero stati accettati solo se realizzati senza materiale preconfezionato. C’erano solo delle misure da rispettare e poi, per il resto, via libera alla fantasia.
Non so perché la parola fantasia io la veda sempre a caratteri lampeggianti e quasi multicolori, mentre tutto il resto è normale carattere nero su fondo bianco, ma so che senza di questa, quell’invito non sarebbe stato lo stesso. Così, pensando a cose semplici, a oggetti normalmente destinati ad altro ma che comunque parlassero la stessa lingua dei bambini, potevo non ritrovarmi in mano una sorpresina kinder? E del resto, potevano mai mancare degli ovetti kinder in una casa dove c’è un bambino?
In fondo ci siamo cresciuti un po’ tutti… Cambiano i personaggi, cambiano le generazioni, ma questo binomio bambino e sorpresina resta sempre a forma di ovetto!
Così in realtà questo non è neanche un post, ma un ritorno… perché un bambino ti da sempre dei buoni motivi per tornare un po’ come lui. Guardare con i suoi occhi e provare forse un po’ le stesse emozioni, se non a volte gli stessi pensieri. Non so voi, ma io mi vanto di riuscirci, qualche volta. Di riuscire ancora ad inventare cose semplici, che prese una ad una non direbbero niente, ma tutte insieme creano invece un piccolo mondo magico, che non è visibile a tutti.
Di solito queste cose le lascio per l’altro blog, invece per una volta mi va di portarle qui e lasciarle a confrontarsi un po’ con le parole… perché mentre queste a volte non sono davvero necessarie, un gesto può fare invece la differenza.
Primo passo, dunque, creare i personaggi. Due occhietti, un sorriso e poteva iniziare il gioco.
Non avrei mai saputo iniziarlo in modo diverso…
Poi gli abitini, semplici e immediati, per non coprire troppo gli ovetti e lasciare anch’essi semplici, come semplice era stata in fondo tutta l’idea… E allora via, a cercare qualcosa di utile nello sgabuzzino…

Una striscia di panno in microfibra per vetri… ed ecco la veste di Maria. Poi, dopo una vana ricerca per regalare a Giuseppe un abito fatto di tela, abbiamo ripiegato su una busta di carta tipo quella del pane, e l’abbiamo sagomata con qualche punto di colla.

Per la barba, sarebbe stato certo più facile farne una bianca, ma siccome Giuseppe temeva di essere scambiato per Babbo Natale, allora abbiamo preso un po’ di cotone e, in mancanza d’altro, lo abbiamo sporcato con una punta di lucido da scarpe marrone!

Il successivo pensiero è poi andato alla culla, e quindi, ecco il terzo ovetto! Stavolta però da tagliare a metà. Gli ovetti recenti, l’avrete notato, hanno un tipo di apertura diversa da quella dei kinder dei nostri tempi, e questa lieve e fastidiosa differenza (grrr…), adesso ci facilita però il lavoro!

Siccome poi certe idee nascono anche in corso d’opera, allora intorno alla culla abbiamo immaginato e incollato anche un po’ di paglietta, recuperata dalla confezione regalo di un cesto natalizio.
La scelta del nascituro è stata invece argomento di discussione, ma alla fine ancora la kinder ci è venuta incontro e ha messo tutti d’accordo! Se una cosa fa sorridere, allora vuol dire anche che funziona…

E adesso, ecco la nostra bella capanna; una scatola di cartone e un tappo di sughero, messo lì a sostenere il tetto.

Poi con qualche striscia di colla a caldo, nostra grande alleata, abbiamo messo la paglietta anche sul tetto della capanna.

E’ vero, nella foto si vede che all’interno della scatola abbiamo messo anche un po’ di raso… In realtà il solo motivo per cui alla fine l’abbiamo lasciato è che… ci piaceva! Secondo noi dava un tocco più chic alla capanna… perché agli occhi di chi la abitava, quella capanna era una reggia…  

E adesso, prepariamo anche la stella cometa! Un cartoncino bianco da ritagliare, un sorriso dipinto tutto di giallo e poi… dove la incolliamo?
Ma si dai, sul tappo di sughero!!  

Per finire, qualche piccola aggiunta fuori della capanna… un rametto di abete che diventa un albero, e una vecchia corteccia che diventa una roccia. Non guasterebbe una spolverata di bianco, ma noi siamo pronti per la consegna!

Buon Natale!

…e solo per gli osservatori più attenti,
ecco il calendario appeso :)