vent’anni

Così nella penombra della stanza, col sole che bussa alla finestra per dirci che è mattino, il tuo viso che riposa torna ad essere quello dei vent’anni. Ed io non posso fare a meno di pensare a quale miracolo ti faccia e ti farà restare per me sempre la stessa.

Ti bacio piano la guancia, per dirtelo in silenzio. Come sempre prima di andare.

E al terzo bacio, senza neanche aprire gli occhi, ti vedo sorridere…


(schizzo a matita di Gabri)

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la più bella foto della città

Mi capita di rileggere a bassa voce le cose che magari ho appena finito di scrivere. Penso che lo farò anche tra poco, sottovoce. E’ solo un bisbiglio che cerca di farsi musica, ma così imparo anche ad ascoltare me stesso. Se inciampo in una parola, o in una nota, vuol dire che qualcosa non va. Non è sempre tutto quanto così ovvio in me, neanche per me stesso, che a dire il vero inciampo spesso. Magari è un po’ così per tutti, si inciampa; ma se questo è il modo più giusto per imparare a camminare, inciampare vuol dire anche che qualcosa continua a non funzionare come dovrebbe.
Ci sono soluzioni, modi di adattarsi che non funzionano allo stesso modo per tutti. Come quando da bambino avevi il singhiozzo, allora trattenevi il fiato e contavi fino a 10, esageravi, arrivavi fino a 16, e il singhiozzo non passava. Bevevi sette piccoli sorsi d’acqua, qualcuno provava anche a farti “Buuhh!”, all’improvviso e tu… niente, ancora col tuo maledetto singhiozzo a sobbalzare. E un po’ ti sentivi quasi in colpa con gli altri, perché quei metodi vecchi come il mondo con te non funzionavano; colpa tua. Perché eri tu a non esserti spaventato, tu che non sapevi neanche trattenere il respiro qualche altro secondo in più, tu che non sapevi neanche sorseggiare un po’ d’acqua come si deve o che magari avevi contato male e quei piccoli sorsi in realtà erano stati soltanto sei, oppure otto. E se non è esatta, si sa, una formula magica non funziona. Non ha mai funzionato, che sappia io, ed io sono sempre stato poco preciso nelle cose, superficiale quanto approssimativo. Sono sempre stato per il “più o meno può andare”.
Allo stesso modo oggi come ieri sussulto e continuo ad inciampare in un singhiozzo, in contrazioni involontarie dell’anima, e perdo il controllo delle cose a cui tengo di più. Proprio quelle che invece non dovrebbero finire mai, perché mi fa bene che restino sempre come sono.
Così stavolta non ho parole per le cose ed i luoghi che ho dovuto lasciare. Che se ci penso le vedo come dall’alto, da un volo che mi porta via con le cinture già strette ed allacciate: le vie del centro con le mie abitudini, i miei riferimenti, i miei spazi conosciuti, lì, e lì… eccola… la indico con gli occhi e ne parlo a me stesso. La piazza sul mare, bella da togliere il respiro… e quel parco dove qualche volta mi sono fermato a buttar giù la bozza di un post o ad ascoltar canzoni, mangiando solo un panino al volo. Però buonissimo.
E mi passano immagini davanti alla mente, scatti rubati alla gente del posto, quella che conosco, quella di un solo ciao e quella che è sempre stata più di “gente”, quella che mi ha lasciato un segno, quella che è stato bello vederla vivermi intorno e sapere che c’era. E poi i negozi, le strade, persino certi cieli del mattino. E la mia prima panchina sul mondo, come l’ho chiamata io tanti anni fa, dove il cielo si confonde col mare e non vedi nient’altro che azzurro. Quella panchina che mi ha dato una svolta, una direzione in cui guardare le cose.
Dovremmo sempre approfittare del tempo che abbiamo, approfittare di ogni giorno invece di realizzare soltanto dopo che quando si va via da un luogo caro, tante erano le cose che si potevano fare e magari le abbiamo sempre rimandate; perché “tanto ho davanti tutto il tempo che voglio”. E sono bugie, momenti che non tornano, angoli dove passando un po’ per caso con lo sguardo ti sei ripromesso che saresti tornato e non l’hai fatto mai.
E tra l’oggi e il domani, ho avuto un solo ieri per fare i bagagli e tanti giorni per carezzarne i ricordi.
Poche sono le volte in cui mi sono svegliato presto, o sono partito prima da casa solo per passare vicino a quella piazza sul mare e vedere quel sole intento a dipingere di rosso il cielo e il mare.
Quante immagini, quanti ricordi sono qui nel mio blog e appartengono a quei luoghi. E insomma, dicevo, la voglia di fermarmi la sera, all’uscita dal lavoro, e di aspettare che facesse buio per vedere tutto con altri occhi… E invece no, invece ripartivo e mi dicevo: lo farò un altro giorno. E tornavo a casa. Perché in fondo che fretta c’era di farlo? E adesso invece mi chiedo: che fretta c’era di tornare a casa?
E poi ci sei tu, amica da sempre. Amica nell’immaginario sin dai tempi di scuola. Che le nostre scuole sono state lontane e diverse, ma non importa, sento che la sensazione è quella giusta. Ti guardo ed è così. Saprei dirti persino in quale banco eri seduta, e indicarti dove sei in una vecchia fotografia di classe già sbiadita. Che strano, vero?
Ecco perché so che non è colpa mia, e non è colpa tua, ma che posso farci se adesso certe mattine mi mancherai da star male? Facciamo ancora due passi sotto casa tua? Lo prendiamo un caffè?
Ginseng piccolo per due… Perché qualche volta dal mio fare silenzioso riesco anche a dire cose che uniscono, ma più spesso no. E con te qualche volta ci riuscivo. Non stupirti ora se ti dico che la più bella foto che ho della città, adesso sei tu. Perché tutto il resto è immobile, fermo come il giorno in cui l’ho lasciato.

”Ecco, per me è un po’ così, come dici tu. Col barista che ti fa sorridere o che ascolti distrattamente mentre ti giri il caffè anche se magari in quel momento non sta parlando con te: e impari, conosci, diventi parte anche tu di quel posto. Diventi la carta su cui si scrivono le cose…”

“Con le parole già chiuse in una scatola, in una borsa piena di bagagli da portare via, di oggetti personali e di cose solo apparentemente inutili, di case e di marciapiedi che vorresti poter tratteggiare con un pennarello, ritagliare seguendone il contorno e portare via di nascosto… e lasciare soltanto un buco in quello sfondo di cielo e di città…”

pensierino della sera, e piuttosto che un punto, ci metto una virgola

Ieri la maestra ha corretto i compiti. Ha lasciato un bel sorriso alla fine del testo, gli è piaciuto. Però, però… Però dice, scrive, sottolinea che la “e” raramente è preceduta da una virgola. E mentre lo dice, lo scrive, lo sottolinea, sporca il testo di rosso.
Perché raramente, penso? Sarà che qualche volta lo faccio anch’io, e che la virgola la metto proprio prima della “e”, come ho fatto adesso e più avanti ancora. Chissà se qualcuno ci fa caso. La metto perché ho come l’impressione che sappia dare più importanza a quello che segue. Che sappia creare la giusta pausa, quella “esatta” che altrimenti non basterebbe insomma, perché mi metterebbe affanno.
Sorrido perché lei le ha segnate di rosso, e quel “rosso virgola” stona davvero in mezzo a quel bell’ “azzurro testo”. Per carità, ci sono anche tanti di quegli errori grammaticali che non potrebbero certo passare per stile! :) Però, ecco, per me così ha combinato proprio un bel guaio: ha cambiato il tono calmo della sua frase. Non la riporto, sono comunque pensieri da bambini, ma adesso quel suono è quasi più violento, troppo rapido nel susseguirsi di quelle parole che, seppure semplici, forse non avrebbero mai voluto restare frasi standard da bambino. Avrebbero preferito avere vita propria, pur restando vicine alle altre. Una regola grammaticale, in fondo, che ne sa di come si scrive per comunicare qualcosa in più, piuttosto che per farsi leggere soltanto? Ci sono regole che quando scriviamo si infrangono per un motivo, mica per dispetto! :) Lo so che non ci vuole la virgola, o almeno ricordo bene che lo hanno insegnato pure a me, sui primi banchi di scuola. E magari a quel tempo gli davo pure ragione… Ma penso sia un po’ come per tutte le cose buone: quelle che di norma fanno male, o ingrassare, o perdere pure un po’ il controllo di te stesso, nel senso buono della cosa. Non dovrebbero esistere divieti assoluti, ed io diffido sempre di chi me li impone. Certe cose basta saperle usare con accortezza, con moderazione; anche una virgola di cui potresti fare a meno ma che a qualcuno piace. Che in fondo una virgola, se vogliamo, è opzionale come un goccio di latte nel caffè del mattino; è ovvio che se poi continui a versare latte nella tazza come virgole nel testo, alla fine il tuo caffè non sarà neanche più un piacere da assaporare. Così sarà per il testo… ;)
Colorare, ecco il punto! Colorare un testo grigio, con un respiro, con una “e” che si appoggia piano ad una virgola.
Perché ti guardi intorno e non ci sono alternative: solo compromessi. Perché il punto ti arresta, senza starci tanto a pensare. Ti fa cambiare corsia, o ripartire da un incrocio dove vedi disegnata per terra la linea del tuo “dare la precedenza”, ma manca la corsia di accelerazione e spesso devi ripartire in prima marcia lo stesso. Il punto e virgola invece ti fa scalare bruscamente marcia mentre vai, ma senza fermarti del tutto, come adesso; e non fa sempre bene al cuore.
Perciò dolce Maestra, lei continuerà a sottolineare errori ed orrori con il pennarello rosso, fa parte del suo lavoro… però sa che cosa mi viene da pensare? Che non dirò mai a mio figlio che sapersi prendere un momento, una pausa, un semplice respiro in più sia un errore. Troppe volte gli capiterà di non avere il tempo per farlo, di non potersi regalare una virgola ed una “e” di seguito, e di dover andare avanti lo stesso. E’ solo una delicata e forse stupida analogia tra scrivere e vivere, ma quando entrambe le cose si fanno col cuore, talvolta possono pure sfiorarsi: sentire un respiro vero in una parola che leggi, perfino appoggiarsi ad una virgola nuova ogni giorno. Ogni volta che sarai un po’ stanco.

Sto imparando da te… che l’immenso per me è chiudere la porta e stare nel tuo mondo dove i buoni non muoiono e le cose hanno il loro senso logico, dove fantasia e paura si confondono, dove l’aria è pulita, dove scorre la vita, dove io rivedo me con le scarpe più piccole, dove scrivere il tuo nome è una conquista incredibile…

Dietro la porta di un sogno e di un sorriso: 8 marzo 2014

Come si vede bene quando una donna ha il sole dentro. Basta un gesto, un sorriso… Lo vedi che è diverso, lo vedi che sta bene. E che non serve nemmeno essere bellissime per esser femminili.
A me la femminilità incanta. C’entra poco con la bellezza e poco anche con la sensualità di certi modi, o con il tono di una voce suadente. Credo che la femminilità sia qualcosa che viene da dentro senza neanche saperlo, con la semplicità delle cose mai ostentate. Perché molte donne, ne sono convinto, neanche sanno di avere quella ricchezza dentro, quel naturale incanto, perché allo specchio, da sole, non si vede niente.
E chissà, forse è proprio perché non lo sanno che tutto quanto resta semplice.
È per quel modo di legarsi i capelli, di passarci una mano con disinvoltura, di cercare le chiavi dentro la borsetta, di prendere il resto dalla cassa e metterlo via in un certo modo, di sollevare da terra le borse della spesa e semplicemente attraversare la strada. Per quel modo di ritirare i panni asciutti dal balcone ed affacciarsi un momento a guardare sotto strada, prima di rientrare.
O per quei gesti leggeri nello stendere un asciugamano al sole, su una spiaggia affollata in estate, mentre un uomo lo butta lì accanto, alla meglio.
E’ il gesto semplice che incanta. Quello che “le altre non lo fanno così”.
Perché una donna è molto più di quel che da; devi aggiungerci anche tutto quello che lei non sa neanche di darti…
Penso che quando una donna ti concede se stessa, anima e corpo, sia ritrovarsi in un universo più grande, la prova dell’esistenza di bellezze inesplorate e forse inesplorabili. Perché nessun uomo potrà mai pensare di aver capito tutto di una donna. E forse è bello così: si andrà avanti sbagliando, ma anche imparando insieme. “Accadono cose che sono come domande… passa un minuto, oppure anni e poi la vita risponde” . E stranamente poi, sarà spesso una comunicazione fatta solo di sguardi e silenzi, a darci più di mille risposte.
Le donne. Si dovrebbe restare a guardarle con la stessa meraviglia di un bambino che per la prima volta vede il mare; in quei primi istanti, prima che cominci a correre a piedi nudi, dentro di lui c’è già tutto il senso di immenso che noi grandi invece cerchiamo fuori.
Le donne, come l’universo intero, andrebbero sempre guardate con gli occhi grandi. Quelli della meraviglia.
Quando una donna ti sta dando se stessa e tu non lo capisci o non te ne accorgi, è come portare quel bambino in riva al mare, ma lasciarlo lì con gli occhi bendati, senza stupore. Che cos’è il suono del mare senza poterlo vedere, e senza averlo mai visto prima? E’ come la voce di lei: è qualcosa di cui non potremmo mai comprenderne l’importanza.
Gli uomini sono troppo abituati a vedere le cose solo da un punto di vista “materiale”. Se non puoi toccarlo, allora l’infinito non esiste…
Come sempre, dovremmo correre di meno e sognare di più, o imparare a farlo senza fretta. L’ho sempre pensato questo.
Perché poi il senso di infinito sta proprio lì. E’ appena dietro la porta di un sogno. E di un sorriso così semplice da far tremare gli occhi.

Buon 8 marzo…