l’uomo in camicia

Il vocio della gente, le risate, le grida dei bambini, i cellulari che suonano e l’eco che se ne sente a ombrelloni di distanza, tanto che molti si girano a cercare da quale direzione provenga. A volte pare davvero che le unità di misura della distanza, in spiaggia non siano più i metri, ma le file degli ombrelloni.
E quello che sta suonando, stavolta è a uno, due… tre ombrelloni da me.
L’uomo che risponde è molto magro; fin troppo. La pelle bianca da mesi di ufficio e interminabili camicie a manica lunga. Perché tutte le cose che non vedi l’ora di toglierti, son capaci di segnare il tuo tempo, e di farlo diventare anche interminabile. Decidono loro quando fartelo dire: “finalmente!”.
Però le sue spalle sono larghe, segno forse di qualche anno passato a fare nuoto. Magari di quando era piccolo, degli anni in cui certi sport ti segnano e poi ti cambiano per sempre, anche quando certi giochi e certi amici non li ricordi più.
Ha un fare inquieto: prova a distendersi al sole, si rialza, ma non trova pace. Non è quello il suo posto, penso. Si mette una crema protettiva, poi si accende un’altra sigaretta.
La camicia appesa alla sedia ha sottili righe bianche e azzurre. Sembra indicare un lavoro di quelli che ti seguono ovunque. Dev’essere uno di passaggio, decido da solo. Con la stessa disinvoltura con cui decido di cambiare una canzone nel mio mp3, lascio che le cose siano proprio come le scelgo io.
Una grossa borsa di pelle scura, di un marrone sbiadito e consumato, riposa all’ombra sulla sedia accanto a lui. Sembra un ricordo di famiglia, ha l’aspetto di qualcosa che sia già appartenuto a qualcuno. Qualcuno a cui forse era molto legato, qualcuno di cui aveva fiducia e che adesso vuole portare sempre con sé, simbolicamente.
Trovo molto bella questa cosa. O piuttosto trovo che la mia spiegazione in qualche modo mi rispecchi, ed ecco perché forse me la sono fatta da solo. Per uso privato, insomma. Però se ci credete anche voi, niente vieta che sia tutto vero…
Su questa spiaggia, forse si sente estranea anche lei. Per questo se ne sta buona da una parte, in silenzio. La borsa di pelle invecchiata, intendo. Non è come tutte le altre borse, che si piegano, si sporcano di sabbia, giocano un po’ con il vento e sorridono nei loro colori. Lei se ne sta immobile, rigida, resta seria.
Al suo interno, un grosso tablet che ogni tanto tira fuori e controlla. Così prezioso quanto poco pratico per la spiaggia, a causa del suo ingombro. E poi mi chiedo, a che servono dieci pollici in spiaggia, quando hai quel maxi schermo di azzurro davanti agli occhi?
Si avvicina alla riva, con le mani sui fianchi, più per pensare che per guardare.
Il costume sembra nuovo, forse preso per il momento e indossato in fretta. Ha larghe strisce verticali bianche e blu, gli stessi colori della sua camicia ma con righe ben più grandi. Più grandi almeno di un 8x, direi. A volte parlo come un tablet . Dovrei lasciarlo più spesso in borsa, invece…
A prima vista, il costume sembra almeno di una taglia più grande, ma forse è soltanto per quel cordino troppo stretta in vita, che lo fa sembrare ancora più magro e sottile.
Torna a distendersi, ma senza riuscire a distendersi… e questo gioco di parole, d’un tratto prende forma nei suoi pensieri e lo infastidisce; l’uomo in camicia, adesso è molto rapido a riordinare le sue cose ed avviarsi verso le scalette che lo riportano al piano della strada, sul lungomare. Lì troverà la sua auto, immagino, parcheggiata sicuramente in pieno sole. L’uomo in camicia indugia un momento, si volta di lato e si ferma ad osservare meglio la struttura dello stabilimento, come a conservarne almeno un frammento, o un ricordo che possa definirsi tale. Poi si dirige verso la stanza della direzione, forse per motivare la precoce partenza o comunque ringraziare per il servizio. Ha un paio di mocassini marroni tra le dita, li lascia a terra con le sue cose e bussa alla porta; apre piano, raccoglie soltanto la borsa ed entra.
Il venditore di cocco intanto passa con il suo carretto, richiama l’attenzione con il suo fischietto e la spiaggia resta quella di sempre. E avevo scritto “torna”, ma avrebbe significato che almeno per un momento la spiaggia era cambiata. Così ho corretto.
Non l’ho visto mentre usciva da quella stanza, ma quando mi sono voltato, le sue cose non c’erano più. Come se il fischietto del carretto che passava, avesse segnato come un arbitro la fine della partita.
Ma tra fine ed inizio, anche questa è solo un’altra canzone nel mio mp3.

Io cerco un equilibrio esistenziale, psicofisico morale
che mi aiuti a realizzare i sogni .
In pratica, sto messo proprio male!
:))

Libri sul mio asciugamano…

Se continuavi sulla strada, facevi due curve e giravi dietro una collina, alla fine, d’improvviso, vedevi il mare. Non l’aveva mai visto prima, lui. Ne era rimasto fulminato. L’aveva salvato, a voler credere a quello che diceva. “E’ come un urlo gigantesco che grida e grida, e quello che grida é: ‘banda di cornuti, la vita è una cosa immensa, lo volete capire o no? Immensa!'”.

Alessandro Baricco, Novecento

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6 risposte a “l’uomo in camicia

  1. L’attenzione ai particolari…..una cosa che mi manca….o meglio, diciamo che la riservo solo al mio privato….
    Buona serata Gas.

  2. Mi è sembrata una persona non a suo agio e per niente interessata a rilassarsi e godersi la bellezza del sole e del mare. Buona vacanza gAs e mi raccomando riposa, riposa, riposa per poter poi iniziare di nuovo con rinnovata energia.
    Ciao.

  3. non tutti hanno la capacità di vedere quel mare forse perchè come dici tu le camicie che si indossano lasciano segni incancellabili ciao gas è sempre un piacere leggerti

  4. non sono mai stata capace di immaginare vite nelle persone che mi passano accanto, non sono mai riuscita a creare nella mia mente una vita ad uno sconosciuto, tu lo hai fatto
    certo non hai raccontato tutto ma mi hai trasmesso l’inquietudine di questa persona che evidentemente non trovava pace, questo lo capisco, mi è successo, non al mare a dire il vero, ma il mare per me, per noi è un qualcosa di particolare, mi è successo dicevo di non trovare pace, di non stare bene da nessuna parte, in nessun luogo, per un attimo mi sono riconosciuta in questa persona… e so che si sta male, tanto, quale che sia la causa…
    ti abbraccio gAs

  5. Anche per la bellezza bisogna esserci portati. Bisogna saperla riconoscere, vedere e trovarla da soli…lasciare ad un respiro tutta la sua corsa e non farlo singhiozzare fra una riga di camicia e una riga scritta sul tablet. Non c’entrerà nulla, ma mi hai fatto pensare a quelle persone che vanno alla spiaggia perchè il collega gli dice che il mare rilassa, allora ci provano. Per godere delle cose però prima le devi desiderare e decidere che è li che vuoi andare, solo…senza portarti nulla dietro. Mica facile “distendersi” se nello stomaco ti ballano i pensieri e non è nepure facile non portarsi nulla dietro. Quanta ragione ha il mare: “banda di cornuti, la vita è una cosa immensa”…sarà per quello che ascoltarlo fa paura e ci riporta a quel che siamo: piccolissime cose nell’universo.

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