in un battito di ciglia

Tutto sommato, dalla tua finestra forse entra più spesso il sole di quanto non riesca a vedere io. Non lo so se dipende dalla posizione della finestra, o dallo sguardo con cui osservo fuori e non è abbastanza attento. Se dal modo in cui appoggio la fronte sul vetro o da come tengo distese le mani, con le braccia dietro la schiena. Certo è che sempre più spesso ho bisogno degli occhiali da vista per dare una forma alla luce, piuttosto che degli occhiali da sole per proteggermi. E questo non è un buon segno.
Inevitabilmente, si invecchia, e forse anche la vita finisce prima o poi per misurarsi in diottrie; dipende da come riesci a continuare a vederla. O da quante cose perdiamo di vista, senza accorgersene.
Trovo che quando accade, ci sia un buon motivo per restare affacciati alla finestra, così. E’ buffo a volte ritrovarsi a guardare fuori per guardarsi dentro.
Osservi e cerchi di ricomporre certi pensieri che altrimenti proprio non si incastrano, come pezzi di puzzle sbagliati.
E ci sono puzzle che non si incastreranno mai. Pezzi di te stesso che non riconoscerai mai, persone che potrebbero aiutarti e non lo faranno. E che potrebbero anche avere un pezzo mancante per te, quello importante, ma tu non lo saprai mai. Perché le strade sono tante, e non sempre quelle giuste si incrociano.
Così resterai a guardare il tuo quadro incompleto, e a immaginarlo per sempre. O meglio, a crederci. Perché quello che non si conosce, non si può sempre immaginare. Sarebbe troppo facile così, sarebbe come dire: “che mi importa? Tanto questo quadro io l’ho già visto.” E invece non l’hai visto, non sai neanche quanti pezzi possa avere, perché non c’è neanche una scatola in cui guardare. Puoi solo capire che dentro di te ti manca ancora qualcosa, senza sapere davvero cosa.
Allora certi giorni rinunci, lasci stare il tuo puzzle così come lo vedi e lo metti via, tra le cose mai finite. Ché ognuno di noi ne ha di momenti incompleti, ma col tempo ti accorgi che alcune erano davvero cose inutili, e non ti importa più. Altre invece non ti è mai andata giù di non averle finite, e ogni tanto ci ripensi.
Ci sono avversità nei sogni alle quali non ti arrendi, e ciò che più ti fa stare in piedi, spesso non sono le grandi cose. Sono le piccole gioie, le tenerezze che avverti dentro improvvise, i momenti di intesa, gli sguardi che sanno di infinito e tutte quelle piccole rivincite che a volte ti prendi con il mondo.
Un sentire fatto di cose semplici, che assomiglia a quel piacere privato di un dolce caldo fatto in casa, alla morbidezza degli asciugamani appena stirati e ripiegati, quando li prendi uno ad uno, ed uno sopra all’altro li metti via. E magari li osservi un attimo, e prima di chiudere l’armadio sorridi.
Gesti semplici ma che fanno bene, come il sollievo di un cucchiaino di miele col limone quando hai mal di gola, perché ti hanno insegnato che fa bene e in quel momento non dimentichi mai di pensare a chi te l’ha detto. O come quando metti semplicemente le pile nuove nel telecomando del televisore di casa, quello che si guarda soltanto la sera, tutti insieme, e allora anche quel piccolo gesto acquista un senso soltanto tuo.
Perché penso che per ogni cosa, ci siano sempre due modi per scattare una fotografia. Una con il cuore, l’altra con una digitale.
E che le fotografie nate dal cuore siano più difficili da mostrare agli altri. Dovrebbero conoscerci davvero bene per riuscirci, così bene da avere quasi i nostri stessi occhi; diversi, ma in fin dei conti uguali. E allora ti potranno capire, vedere, ascoltare anche senza dire una parola.
Per tutte le altre fotografie, in fondo è facile: basta uno scatto, e lì racconti tutto in un istante.
A quel punto sai spiegare bene anche a te stesso quel che volevi dire.
A volte invece col cuore non ce la fai, e devi guardare e riguardare le stesse fotografie finché non ne comprendi il senso. E a volte invece non ci riesci lo stesso.
E’ che spesso a tutti noi basterebbe sentire di essere ascoltati. Non è neanche così essenziale trovare sempre una soluzione ai nostri problemi, o trovare qualcuno che ci indichi quale direzione sia quella giusta da prendere. Ci basta qualcuno che ci accompagni piano, e lo può fare anche in silenzio, perché si può stare in silenzio e dirsi lo stesso molte cose.
La maggior parte delle parole che sentiamo ogni giorno, se ci pensiamo bene è soltanto rumore.
Le cose importanti si dicono piano. Si percepiscono in un battito di ciglia.
E un battito di ciglia si sa, non fa mai rumore.

Annunci

11 risposte a “in un battito di ciglia

  1. ….questa mattina mi sono svegliata con un quesito…..
    dare o darsi ?
    continua a risuonarmi nella testa….dare o darsi?
    ma io la risposta a questo ce l’ho….è uno di quei puzzle finiti….
    conosco la differenza e la sottile alchimia che si crea con il ….darsi…..
    e tu dici …qualcuno che ti ascolti….ed io dico qualcuno che voglia scoprirsi….
    perchè tu sai darti amico mio….l’hai appena fatto scoprendo un po di quell’anima che tutti vogliono nascondere…..
    è bello ascoltare un’anima….ma è anche bello darla….
    crea quel qualcosa che i più non vedono…..un filo sottile che ti unisce ad un’altra
    anima….
    non so perchè ho portato qui il mio quesito…..
    forse solo perchè con te è sempre stato facile….darsi……
    grazie amico….ti ho nel cuore e nell’anima…..

  2. Per una volta non aggiungo nulla alle tue riflessioni, ne avrei cose da dirti, ma tu le conosci di già; per una volta ti guardo muovere fra le tue parole e riconosco i tuoi passi. Un battito di ciglia volta la pagina alla fotografia che il cuore fa…e la protegge dal tempo, sotto le palpebre chiuse mille mondi si spalancano in un caleidoscopio di colori , come un ventaglio che si dispiega a ricoprire spazi e distanze.
    Ti abbraccio… col cuore: sempre! Diversamente non saprei.

  3. è vero, si può stare in silenzio e dirsi lo stesso molte cose. Purchè quel silenzio faccia rumore, abbia un suono, un senso. Altrimenti rimane solo muto silenzio.
    Ciao Gas.
    merry christmas

  4. Lo sai Gas, non vengo spesso sul blog, ogni tanto mi affaccio, scrivo qualche stupidaggine e do un occhiata in giro. Tutto regolare.
    Ordinaria amministrazione. A volte passano giorni, a volte settimane, a volte mesi o anni.
    Un pensiero affidato alla rete, uno sguardo ai blog degli amici cari e poi, e poi a volte, una sorpresa.
    I tuoi post.
    Questo in particolare mi è sembrato un guanto di cashmere in pieno inverno.
    L’ho indossato subito e ora vorrei solo essere una di quelle persone con la memoria di ferro per potermelo rileggere a mente tra un respiro e l’altro.
    Perché io, questa consapevolezza, le foto delle piccole cose, vorrei poterla portare sempre con me.

    Mi ha ricordato di due personaggi di un libro di Baricco, il pittore Poisson, con il suo amico Bartlelboom “ I due pezzi di un puzzle”.

    POISSON
    “Quando facevo i ritratti alla gente iniziavo dagli occhi…Li studiavo per minuti e minuti, li abbozzavo con la matita e quello era il segreto perché una volta che voi avete disegnato gli occhi.. Succede che tutto il resto viene da sé, è come se tutti gli altri pezzi scivolassero da soli intorno a quel punto iniziale […] il problema è: dove cavolo sono gli occhi del mare?

    BARTLEBOOM

    Sul davanzale della finestra di Bartleboom, questa volta se ne stavano in due.
    Il solito bambino e Bartleboom. Le gambe a penzoloni, nel vuoto.
    Lo sguardo a penzoloni, sul mare.
    – Senti Dood… Dood, si chiamava, il bambino, visto che te ne stai sempre qui…
    – Mmmmh.
    – Tu magari lo sai.
    – Cosa?
    – Dove ce li ha, gli occhi, il mare? Perché ce l’ha, vero?
    – Sì.
    – E dove cavolo sono?
    – Le navi.
    – Le navi cosa?
    – Le navi sono gli occhi del mare.
    Rimane di stucco, Bartleboom. Questa non gli era proprio venuta in mente.
    – Ma ce n’è a centinaia di navi…
    – Ha centinaia di occhi, lui. Non vorrete mica che se la sbrighi con due.
    Effettivamente. Con tutto il lavoro che ha. E grande com’è. C’è del buon senso, in tutto quello.
    – Sì, ma allora, scusa… e i naufragi? Le tempeste, i tifoni, tutte quelle cose lì… Perché mai dovrebbe ingoiarsi quelle navi, se sono i suoi occhi?
    Ha l’aria perfino un po’ spazientita, Dood, quando si gira verso Bartleboom e dice
    – Ma voi… voi non li chiudete mai gli occhi?

    [ A.Baricco – Oceano Mare]

    Grazie Gas.
    Quanto mi piace quando scrivi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...