Natale 2013

“Se il cielo fosse prevedibile, penso che smetterei di fotografarlo…” Questo mi sono detto un mattino, sorprendendomi di quel cielo davanti, dell’immenso che stava lì senza far domande.
Ma non è sempre bello trovare tutti i colori già pronti in fila, da guardare. E’ bello anche aggiungerli, vederli nascere. Inventarli a misura. Saperli aspettare senza attenderli. Che loro, i colori, mica devono sapere di essere attesi. Così quando arrivano e ci trovano lì, sarà sempre una sorpresa…
A tutti quelli da cui non ho mai avuto una sola parola eppure per motivi che forse non capirò mai, si sono iscritti al blog. E a tutti quelli che invece, sono qui da sempre. A tutti quelli che… c’è davvero tanto sole in quel che scrivete. Da prendersi un’insolazione!
Di quelle sane però, che fan bene dentro. Perchè non tutte le cose belle si devono per forza poter stringere con le mani. Basta molto meno per sentirle vicine. E in fondo, quando sentiamo dentro ciò che vogliamo, fa già un po’ meno freddo.
Con l’Augurio a tutti di poter scattare la vostra buona fotografia di Natale. E che nel riguardarla, poi, sorridiate.
Buon Natale :)

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in un battito di ciglia

Tutto sommato, dalla tua finestra forse entra più spesso il sole di quanto non riesca a vedere io. Non lo so se dipende dalla posizione della finestra, o dallo sguardo con cui osservo fuori e non è abbastanza attento. Se dal modo in cui appoggio la fronte sul vetro o da come tengo distese le mani, con le braccia dietro la schiena. Certo è che sempre più spesso ho bisogno degli occhiali da vista per dare una forma alla luce, piuttosto che degli occhiali da sole per proteggermi. E questo non è un buon segno.
Inevitabilmente, si invecchia, e forse anche la vita finisce prima o poi per misurarsi in diottrie; dipende da come riesci a continuare a vederla. O da quante cose perdiamo di vista, senza accorgersene.
Trovo che quando accade, ci sia un buon motivo per restare affacciati alla finestra, così. E’ buffo a volte ritrovarsi a guardare fuori per guardarsi dentro.
Osservi e cerchi di ricomporre certi pensieri che altrimenti proprio non si incastrano, come pezzi di puzzle sbagliati.
E ci sono puzzle che non si incastreranno mai. Pezzi di te stesso che non riconoscerai mai, persone che potrebbero aiutarti e non lo faranno. E che potrebbero anche avere un pezzo mancante per te, quello importante, ma tu non lo saprai mai. Perché le strade sono tante, e non sempre quelle giuste si incrociano.
Così resterai a guardare il tuo quadro incompleto, e a immaginarlo per sempre. O meglio, a crederci. Perché quello che non si conosce, non si può sempre immaginare. Sarebbe troppo facile così, sarebbe come dire: “che mi importa? Tanto questo quadro io l’ho già visto.” E invece non l’hai visto, non sai neanche quanti pezzi possa avere, perché non c’è neanche una scatola in cui guardare. Puoi solo capire che dentro di te ti manca ancora qualcosa, senza sapere davvero cosa.
Allora certi giorni rinunci, lasci stare il tuo puzzle così come lo vedi e lo metti via, tra le cose mai finite. Ché ognuno di noi ne ha di momenti incompleti, ma col tempo ti accorgi che alcune erano davvero cose inutili, e non ti importa più. Altre invece non ti è mai andata giù di non averle finite, e ogni tanto ci ripensi.
Ci sono avversità nei sogni alle quali non ti arrendi, e ciò che più ti fa stare in piedi, spesso non sono le grandi cose. Sono le piccole gioie, le tenerezze che avverti dentro improvvise, i momenti di intesa, gli sguardi che sanno di infinito e tutte quelle piccole rivincite che a volte ti prendi con il mondo.
Un sentire fatto di cose semplici, che assomiglia a quel piacere privato di un dolce caldo fatto in casa, alla morbidezza degli asciugamani appena stirati e ripiegati, quando li prendi uno ad uno, ed uno sopra all’altro li metti via. E magari li osservi un attimo, e prima di chiudere l’armadio sorridi.
Gesti semplici ma che fanno bene, come il sollievo di un cucchiaino di miele col limone quando hai mal di gola, perché ti hanno insegnato che fa bene e in quel momento non dimentichi mai di pensare a chi te l’ha detto. O come quando metti semplicemente le pile nuove nel telecomando del televisore di casa, quello che si guarda soltanto la sera, tutti insieme, e allora anche quel piccolo gesto acquista un senso soltanto tuo.
Perché penso che per ogni cosa, ci siano sempre due modi per scattare una fotografia. Una con il cuore, l’altra con una digitale.
E che le fotografie nate dal cuore siano più difficili da mostrare agli altri. Dovrebbero conoscerci davvero bene per riuscirci, così bene da avere quasi i nostri stessi occhi; diversi, ma in fin dei conti uguali. E allora ti potranno capire, vedere, ascoltare anche senza dire una parola.
Per tutte le altre fotografie, in fondo è facile: basta uno scatto, e lì racconti tutto in un istante.
A quel punto sai spiegare bene anche a te stesso quel che volevi dire.
A volte invece col cuore non ce la fai, e devi guardare e riguardare le stesse fotografie finché non ne comprendi il senso. E a volte invece non ci riesci lo stesso.
E’ che spesso a tutti noi basterebbe sentire di essere ascoltati. Non è neanche così essenziale trovare sempre una soluzione ai nostri problemi, o trovare qualcuno che ci indichi quale direzione sia quella giusta da prendere. Ci basta qualcuno che ci accompagni piano, e lo può fare anche in silenzio, perché si può stare in silenzio e dirsi lo stesso molte cose.
La maggior parte delle parole che sentiamo ogni giorno, se ci pensiamo bene è soltanto rumore.
Le cose importanti si dicono piano. Si percepiscono in un battito di ciglia.
E un battito di ciglia si sa, non fa mai rumore.

dentro un post

Ore 13:40. Poca gente in spiaggia e comunque tutta stretta alla sua zona d’ombra, seduta o distesa.
Poco movimento. C’è giusto qualcuno che saltella per la sabbia che scotta. Ci si pensa sempre dopo. Quando le ciabatte ormai sono lontane, laggiù. E tornare indietro è impossibile, perché hai già i carboni ardenti incollati sotto ai piedi.
Una ragazza, distesa, scrive qualcosa su un blocco notes. Uno di quelli grandi, formato A4.
Si ferma con la penna tra le dita, mette in riga le idee e torna a scrivere frasi tra i quadretti del foglio.
Non ha una posizione comoda per scrivere, sufficiente però credo per prendere appunti e non scordare le cose. Per tracciare insomma quella preziosissima brutta copia dove anche una cancellatura è stata solo un respiro diverso.
Mi piace quando qualcuno si guarda intorno e osserva. Mi piace quando si perde quasi in meditazione e poi subito dopo lo vedo scrivere qualcosa. Succede raramente. Quando c’è bisogno di tempo, di qualche secondo in più per mettere in fila le parole giuste.
La osservo ed è emozionante il momento in cui torna a piegare la testa verso il foglio e ricomincia a scrivere. A modo mio faccio il tifo per lei. Qualunque cosa stia scrivendo, ne uscirà qualcosa di buono.

Mi è piaciuto immaginare che avesse un blog. Che certe immagini che aveva dentro, poi le avrebbe condivise e pubblicate qui, da qualche parte. Un po’ come faccio io adesso parlando di lei, e allora questo sarebbe stato come un post dentro a un post, o comunque così mi piace pensarlo.
Un post finito dentro il mio, anche se non so di che cosa parlava.
E a dire il vero non lo saprò mai, ma è pure meglio: così sarà per sempre bellissimo.

Il suono del cellulare la distoglie, e si alza per rispondere. La suoneria è un po’ anonima, di quelle preimpostate. Squilla ancora per un poco, il tempo di trovare il cellulare nella borsa e di guardare il display.
La sua voce è sottile, confidenziale; risponde ma non si lascia ascoltare da tutti. Come fanno certe persone che invece al telefono se ne fregano di chi sta intorno, anzi sembrano addirittura fieri di quel loro esibizionismo, delle parole scelte per far capire l’argomento, del lavoro che fan capire a tutti di fare o dei mille impegni interessanti che vogliono far sapere a tutti di avere. Dovrebbe essere chiaro il tipo; ma se non lo fosse, ve lo riassumo così: non è lei.
Pochi istanti a parlare, poi sorride e saluta. Perché al telefono si sorride anche se dall’altra parte non ci possono vedere. Funziona lo stesso.
Il tempo di rimettere via il cellulare e poi riprende in mano blocco e penna.
“Che cosa scrivi?”, le chiede il bagnino passandole accanto, mentre senza guardare continua a sistemare le sdraie degli ombrelloni vicini, rimasti vuoti per l’ora di pranzo. Ormai li rimette in ordine anche senza voltarvi più lo sguardo; son già tre mesi che lo fa ogni giorno. Due volte. A metà giornata e poi alla sera, quando tutti se ne vanno e resta solo.
La risposta è cortese, come di chi sorride ad un viso conosciuto da tempo.
-“Una poesia d’amore!”, risponde, e si lascia andare a una piccola risata che subito la toglie d’impiccio. Come a far capire che non era quella la risposta giusta.
Ma poi ci penso. Chissà…
Tanto nessuno controlla.

Libri sul mio asciugamano…

Passeggio lontano dal traffico e dall’indifferenza di tutte quelle sagome che si avviano frettolosamente verso i loro improrogabili impegni.
Tra le rughe dell’asfalto e i singhiozzi del cielo sussiste un universo fatto di dettagli, a volte minuscoli, che sanno trasformare un mondo scialbo e decadente in un ricco caleidoscopio di sfumature tutte da scoprire.

Mi estraneo dalla realtà e, con occhio vigile, osservo le imprevedibili situazioni create dai personaggi che mi circondano.

Jessica Mastroianni e Marcello Affuso, A un passo da te

sintomi d’estate

“Buongiorno, per oggi è previsto bel tempo su tutte le regioni”. La radio accesa mi fa compagnia, mentre guido piano. Sono poche le cose che ascolto davvero. Soprattutto, osservo.
Mi accorgo che al mattino qui non c’è mai nessuno ad aspettare l’autobus alla fermata. Perché il mare è un punto di arrivo, una destinazione. Non è quasi mai un punto di partenza. A meno di non dover dire basta, e allora, da qui, devi andartene per forza.
Ricordo i primi giorni di Luglio, al mattino presto, con l’erba ancora alta lungo i bordi di questa lunga strada diritta che arriva fino alla stazione. Così alta che quasi la ferrovia da qui non si vedeva. Si sentiva soltanto. Perché l’inizio dell’estate in fondo è un po’ anche questo: è lasciarsi andare, lasciare che certe cose accadano, senza frenarle. Che quando poi tagli l’erba, se ne vanno via anche un sacco di fiori spontanei, che era bello lasciar vivere un po’. Adesso l’erba è secca, tagliata, ridotta a una distesa pulita e identica ovunque tu la osservi.
Sono le sette e ventidue minuti, segnale orario dalla radio. Prendo la strada più lenta, che non è certo deserta ma sta dall’altro lato della strada che faccio di solito. Corre quasi parallela e allora nel mezzo vedo un po’ le stesse cose, vedo quello per cui qualche volta mi sono pure fermato a fare una fotografia. Dal lato opposto, però. Così adesso stento quasi a riconoscerlo, come se entrassi dall’altra parte di uno specchio e poi guardassi fuori.
Alla radio la vecchia Spiagge. Renato Zero. E fa brillare gli occhi. Come l’estate di milioni di anni fa.
Ogni mattina passo di qui, con lo stesso sole che si affaccia, con la stessa ragazza con la maglia giallo-fluorescente che corre, con lo stesso treno che mi passa accanto, probabilmente con la stessa destinazione di ieri. Ogni giorno lo stesso signore porterà fuori il suo cane, e alla stessa ora, attraverserà la strada ed io lo lascerò passare. E starà passando una bicicletta, una sola, senza fretta, costeggiando la ferrovia.
Voltando lo sguardo, dietro quei cassonetti adesso troverai una anziana signora che passa col carrellino della spesa; anche oggi riuscirà ad essere tra le prime clienti di quel piccolo negozio dietro l’angolo della via. Dove in questo momento staranno ancora tirando fuori le cassette della frutta e quella vecchia bilancia.
La guardo passare per un momento, atterro con lo sguardo sulle ruote del suo carrellino e sorrido. Chissà che cosa pensano di lei quando la vedono arrivare sempre alla stessa ora, con il suo carrellino vuoto e probabilmente con lo stesso sorriso a dirgli sempre buongiorno. In quel momento, in quel piccolo vecchio negozio sta il senso di tutto. Sta il senso del tempo che non finisce mai, anche se quello sta aperto solo in estate. Apre insieme agli ombrelloni, e chiude con loro.
Quanta nostalgia nasconde tra i pacchi della pasta e le bibite in fresco, tra i solari venduti a caro prezzo e il frigo dei gelati in confezione famiglia. Quante estati da raccontare. Quante facce viste, passate di lì e poi non viste mai più. E quanta gente invece ha visto crescere, involontariamente, senza neanche sapere che l’anno dopo quei visi li avrebbe visti ancora. Cambiati, cresciuti. Senza neanche aspettarsi mai qualcosa che andasse oltre lo scontrino ed un “Grazie, arrivederci. Buona giornata”. Eppure certe cose son belle da vedere ogni giorno, per ritrovarle sempre.
Ogni giorno è un giorno un po’ diverso, in questo tempo che sembra ripetersi e che non vorrei finisse mai.

Libri sul mio asciugamano…

E, distanti, dal trambusto del mondo, dal suo disordine, dalle sue chiacchiere inutili, ma anche dal silenzio senza senso, una luce diversa inizia a farsi scorgere: è l’aurora.
(Jessica Mastroianni e Marcello Affuso, A un passo da te)